LIBRI - 10/01/2007

"La nausea" di J.P. Sartre

DI SAMANTHA

Mentre l’Europa si affacciava a vivere il periodo, forse più buio, o magari anche più tristemente famoso della sua epoca, nel 1938, J.P. Sarte, pubblicava qulle che la crirtica di ogni epoca definisce il suo capolavoro assoluto, la Nausea.

Il titolo originale dell’opera avrebbe dovuto essere Melancholia (come un’omonima incisione di Durer del 1514, in cui è rappresentata una figura alata pensosa contornata dagli oggetti dell’alchimista), ma i futuri editori lo definirono un titolo poco favorevole e suggerirono a Sartre il ben più incisivo La Nausèe.

Il diario di Antoine Rouquetin è il romanzo. Bouville, Hotel Pritania 1932, l'ambietazione.

Rouquetin, dopo una serie di viaggi, che lo hanno portato dall’Europa all’estremo Oriente, si trova nella piccola cittadina francese, per terminare il suo romanzo, quello in cui narrerà la storia di del de Roubellon, un nobile, molto butto, che nelle corti settecentesche di Francia e Russia, faceva la pioggia e il bel tempo.

La stesura del romanzo è in realtà solo un pretesto, le giornate del protagonista scorrono, non sulle sudate carte, ma altrove.

Molte sono le ore trascorse nel caffè Mably, per sfuggire alle idee, molte sono le ore trascorse con la signora Giovanna, che faceva dei giochetti da impazzire al “ritrovo dei ferrovieri”, molte sono le ore passate ad ascoltare un pezzo jazz some of these days, you’ll miss honey.

Il miele ufficiale, che invece manca alla vita di Roquetin, si chiama Anny, la donna che 5 anni orsono l’ha lasciato per correre alla ricerca del momento perfetto.

Il tempo che rimane, Roqutin lo passa in biblioteca, dove appare il terzo personaggio del racconto, l’Autodidatta, colui che cerca di formarsi una cultura, leggendo, in base a rigoroso ordine alfabetico, tutto ciò che la biblioteca cittadina offre, senza distinzione di genere o tematica, dalla fisica alla letteratura vera e propria.

Questo a grandi linee il romanzo ufficiale. Molto di più quello ufficioso.

Se mi chiedessero di cosa parla la Nausa di Sartre, non saprei da dove iniziare.

Parla di tutto e del vuoto dell’uomo, del singolo, parla della ricerca di un progetto e dell’irrealizzabiltà dello stesso, dell’esistenza di chi vive e di quella di chi è vissuto.

Parla di pedofilia, di amore omosessuale e fisico, di amore che muore o che inevitabilmente morirà.

È un romanzo sociale, della società di ogni epoca, mica solo quella degli anni ‘30/40!

E’ la società dei rapporti umani, di quegli stessi rapporti che a guardarli bene, si ripetono immutati nei loro atteggiamenti.

C’è la coppia che cincischia e, che finirà allora come oggi, nello stesso letto, ci sono i ragazzini che osano, ma che scappano spaventati dal loro stesso osare troppo.

C’è la società dell’Umanitario, di quello che si illuderà di vivere per gli altri, sperandone, in realtà una ricompensa per se stesso.

La società, il mondo, in cui il vero male, la nausea, altro non è che reale mestiere di vivere, di esistere con le cose, di sentirle davvero…magari provando e sperando di sentirle, non per un ottimismo usato all’abbisogna, ma per reale comunione con le cose, da una panchina di ferro, a una nota musicale.

Il libro fu, e non c’è da stupirsi, censurato e criticato,

Sartre fu accusato di disinteresse nei confronti degli avvenimenti che contestualmente accadevano, l‘ascesa di Hitler, l’inizio della guerra, in virtù del solito stereotipo che se delle cose non parli, significa che non te ne importa abbastanza.

Il rifiuto assoluto di Roquetin, quello del singolo è invece sentimento comune, oggi come allora, è vero sentimento collettivo nella sua individualità.